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Restauro e conservazione nell’America Latina

ROBERTO PANE

Conversaciones…

Instituto Nacional de Antropología e Historia, México

ISSN: 2594-0813

ISSN-e: 2395-9479

Periodicity: Bianual

no. 12, 2021

conversaciones@inah.gob.mx



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Restauro e conservazione nell’America Latina

Pubblicazione originale: Roberto Pane (1973) “Restauro e conservazione nell’America Latina”, Restauro II (9): 57-70.

Un importante contributo, come messa a punto della situazione dei Paesi dell’America Latina, nel campo della conservazione, del restauro dei monumenti e della urbanistica delle città antiche ci è offerto da un numero speciale del Bollettino del Centro di ricerche storicoestetiche dell’università di Caracas[1].

Volendo anticipare un giudizio d’insieme, si pu dire che la situazione dell’America Latina risulta definita dagli stessi errori ed orrori che noi deploriamo in casa nostra. Potremmo esser tentati di constatare una differenza, nel senso che certi estremi non sono stati raggiunti da noi, non foss’altro perchè abbiamo una più antica esperienza dei problemi in questione. Ma questo sarebbe un peccato di presunzione; una forma di campanilismo culturale assolutamente deprecabile. ln realtà non si pu dire che le ricostruzioni di Pompei e di Pozzuoli siano espressione di una più matura coscienza culturale, rispetto a quanto è stato compiuto a Teotihuacán, a Cholula, o, peggio ancora, a Tiwanaku. Si deve anzi aggiungere che, essendo più diffusa, in Italia, una preparazione specifica per la soluzione di simili problemi, le nostre colpe sono certamente maggiori. Ma l’equivoco, dal punto di vista che più importa, e cioè quello delle istanze estetiche e storiche, è il medesimo; e d’altra parte, il modo più diretto di prendere precisa coscienza di quanto accade, a danno del più prezioso patrimonio della cultura occidentale e di quella dell’America Latina, consiste nel meditare sulle ragioni che hanno sinora contribuito a definire la Weltanschauung del nostro tempo, interamente fondata sulla economia dei consumi e dei profitti.

Ma cerchiamo di dar notizia, almeno sommaria, delle relazioni contenute nel bollettino di Caracas. La prima è del direttore Gasparini, ed ha per titolo MEJOR CONSERVAR QUE RESTAURAR; il guaio è, per , che per conservare bisogna restaurare, e quindi esporre l’opera –che altrimenti sarebbe votata alla distruzione, attraverso il progressivo disfacimento– al rischio di esser manipolata da incompetenti che “ocupan puestos públicos con poder de decisión más por las relaciones de amistad con los políticos de turno que por su comprobada formación y experiencia” (p. 11); e cioè proprio come in Italia, con la differenza che da noi esiste una vasta organizzazione statale di tutela, per cui l’incompetenza, spesso deplorata, è quella dei soprintendenti, che più avrebbero il dovere di essere esperti (vedi, invece, i casi recenti di pessimi restauri, in Puglia, in Abruzzo a S. Maria di Collemaggio; e per l’archeologia, quelli di Pompei e di Pozzuoli, cui sono da aggiungere gli infortuni delle ricostruzioni di qualche mausoleo della via Appia, presso Capua).

MESSICO, TEOTIHUACAN. Tempio di Quetzalcoatl. Fotografia di Roberto Pane 1962.
MESSICO, TEOTIHUACAN. Tempio di Quetzalcoatl. Fotografia di Roberto Pane 1962.
Immagine: AFRP, AME2.P.30.

Come abbiamo già rilevato, sin dal congresso internazionale di Venezia, del 1964, la causa più frequente della malintesa “puesta en valor” è la concezione consumistica del turismo; e sarebbe forse stato utile, appunto per segnalare un male comune, che Gasparini avesse ricordato le nostre ormai antiche denunzie della ricostruzione totale dello Stoà di Attalo, ad Atene, ad iniziativa degli Stati Uniti e quelle, tuttora in corso, nei centri ellenistici dell’Asia minore.

Ma di scempi recentemente compiuti in Messico sono stato testimone io stesso: le foto, da me eseguite, dell’ambiente delle piramidi di Teotihuacan non corrispondono più alla realtà attuale; e questo non soltanto per la Calle de los Muertos, ripavimentata con asfalto per farci passare le macchine, ma anche per i parcheggi, assai vicini ai monumenti, e le ricostruzioni estensive dei paramenti dei ruderi, molti dei quali, nel 1952[2], data della mia prima visita in Messico, avevano ancora l’aspetto di ruderi autentici e non ricostruiti. Ma una personale esperienza di Gasparini val ben la pena di ricordare perchè, una volta tanto, rivela un accento diverso da quello che normalmente distingue il nostro ambiente. Avendo egli deplorato la incredibile, assurda e repellente ricostruzione di mura e di porte nelle rovine di Tiwanaku, si è sentito rispondere, dal responsabile pseudo-archeologo: no será un rufián que me arredre (non sarà un ruffiano a farmi indietreggiare); giustamente egli non replica alla pura e semplice insolenza, diretta alla sua persona; ma mi permetter di farlo io, definendo il signor Ponce Sanjinés un vero e proprio tanghero. Da noi, invece, o non si dà segno di vita, oppure si risponde alle accuse con ironica sufficienza; poiché i colpevoli di falsi interventi sono quasi sempre funzionari dello Stato e, in quanto tali, dotati del crisma della infallibilità; anche se e quando il loro operato è oggetto di denunzia e di conseguente indagine, il risultato è sempre assolutorio e mai punitivo. Gasparini conclude affermando: “Entre una restauración falsa, infeliz y deformante es preferible conservar la autenticidad con todos sus achaques”. Certo; ma gli acciacchi non possono essere sopportati troppo a lungo senza che si provveda a risanarli; altrimenti ci che segue è la fine irreparabile. Ed anche per questo occorre distinguere. Non si debbono restaurare edifici e ruderi che non hanno assolutamente bisogno di intervento (e tale era il caso per la gran parte delle strutture di Teotihuacán) e, nella eventualità che l’intervento sia necessario, si deve ricorrere allo stesso modo che per un dipinto o una scultura –dato che il problema estetico non fa differenza– a tutti i moderni dispositivi che forniscono la possibilità di realizzare consolidamenti invisibili, perché praticati all’interno delle strutture.

MESSICO, TEOTIHUACAN. Veduta dalla Piramide del Sole. Fotografia di Roberto Pane 1962.
MESSICO, TEOTIHUACAN. Veduta dalla Piramide del Sole. Fotografia di Roberto Pane 1962.
Immagine: AFRP, AME2.P.30.

Segue una relazione di Piero Gazzola: LA NECESIDAD DE PROTECCIÓN Y DE REANIMACIÓN DE LAS CIUDADES HISTÓRICAS EN EL MARCO DEL DESARROLLO REGIONAL. Essa considera un argomento assai vasto e problematico, quale è quello che riguarda gli aspetti urbanistici della conservazione ambientale, in rapporto allo sviluppo delle città, ai nuovi impianti, alle industrie ecc. ecc. Per un così vasto orizzonte sarebbe stato più opportuno enunziare quei dati che rendono oggi tale problematica non soltanto difficile, ma addirittura drammatica. Non giova scrivere ottimisticamente: “... pero tenemos razones para creer que la cultura humanista sobre la que reposa nuestra civilización puede convertirse en un importante factor de progreso” (p. 51). Ormai da tempo la “cultura umanistica” ha un significato che, fuori del preciso riferimento storico all’umanesimo rinascimentale, rimane vago e improduttivo; e anzi, proprio dal lasciar perdurare significati ambigui, nasce quell’atteggiamento da falsi credenti che tanto spesso distingue i paesi di tradizione cattolica, più degli altri inclini a confondere il sacro con il profano e ad evadere da un preciso esame di coscienza. L’aspirazione responsabile verso un moderno umanesimo –se pur vogliamo continuare a fare uso dell’abusato termine– deve aver fatto i conti con Marx, Freud e tutto il moderno pensiero dialettico, rispetto al quale la nostra non più decantata civiltà riposa come su un letto di spine.

ln modo più impegnativo, per quanto riguarda l’accennata problematica dell’incontro fra antico e nuovo, si esprime Leonardo Benevolo, nella relazione dal titolo LOS ARQUITECTOS MODERNOS Y EL ENCUENTRO ENTRE LO ANTIGUO Y LO NUEVO, pubblicata in riassunto dal bollettino, e che fu presentata al convegno di Venezia nell’aprile del 1965; convegno organizzato da proprio chi scrive, proprio con l’enunciato di cui sopra. Benevolo pone in evidenza la necessità di difendere l’ambiente del passato urbano contro il “carácter precario y mutable contemporáneo” (p. 63). È evidente, d’altra parte, che la distinzione fra centro storico (antico) e l’insieme urbano consentirà, per i nuovi spazi, di progettare secondo vincoli metrici corrispondenti ad una nuova realtà dimensionale. Sono, in sostanza, considerazioni ovvie. Ci che invece non è ovvio è che le nuove realtà non sono state mai, almeno fino ad oggi, dettate dai bisogni e dalle legittime aspirazioni degli uomini, ma dalle strategie repressive e incontrollate degli investimenti del capitale privato. Non è il caso di Benevolo, ma è certo che il comune torto dei discorsi degli architetti consiste nell’evadere nella critica formalistica, trascurando gli stretti legami tra gli aspetti formali ed il servizio che essi svolgono nell’interesse della speculazione. Se oggi l’architettura moderna è afflitta da una profonda crisi di orientamento, lo si deve proprio a questo.

L’architetto Carlos Flores Marini ha avuto occasione di sperimentare il confronto tra le esperienze compiute come studioso dei problemi del restauro e tutore ufficiale dei monumenti, con quelle di operatore del restauro monumentale. La sua relazione, dal titolo ALGUNOS CONCEPTOS SOBRE LA PROBLEMÁTICA DE LA RESTAURACIÓN MONUMENTAL EN AMÉRICA

LATINA, costituisce un contributo assai raro per un architetto militante. Dopo aver enunciato alcuni principi generali, Flores Marini affronta un problema, peculiare per il suo paese, ancor più che per il nostro. Il patrimonio tettonico da tutelare consiste spesso, in Messico, in grandi complessi conventuali, la cui conservazione non pu avere “el goce estético” come scopo esclusivo; si pone quindi la necessità di una utilizzazione museografico-turistica, per la quale l’incontro fra l’antico ed il nuovo non si attua nel rapporto ambientale, ma entro uno stesso edificio. Egli denunzia inoltre le conseguenze negative dell’applicazione della nuova liturgia, dettata dal concilio Vaticano II. In buona o cattiva fede, con il pretesto di tali novità, sono state rimaneggiate e gravemente estraniate, dai loro arredi, numerose chiese dell’America Latina.

Dello stesso autore è un successivo contributo sulla REVITALIZACIÓN URBANA Y DESENVOLVIMIENTO TURÍSTICO, ancor più notevole per gli spunti che fornisce alla discussione. I nordamericani, dopo aver scoperto l’Europa e averne fatto oggetto di interesse turistico, hanno scoperto l’America Latina, cominciando con il Messico e il Brasile. A questo punto per mi pare indispensabile aggiungere un aspetto che Flores Marini passa sotto silenzio, e cioè che la penetrazione nordamericana nei paesi dell’America Latina è turistica solo come conseguenza di interessi di dominio economico e politico. E si deve principalmente a tale azione (per non dire più propriamente sopraffazione) anche il rischio di una perdita di identità culturale, e con questo l’aspirazione, oggi più che mai diffusa nell’America Latina, di trovare sostegno negli scambi con l’Europa.

Flores Marini si chiede se i principii, contenuti nella Carta di Venezia o nelle Norme di Quito, siano noti e seguiti, e risponde che no, che non lo sono affatto. Egli ricorda a tal proposito la polemica sul restauro della cattedrale di Messico (alla quale partecip attivamente anche il sottoscritto), in seguito all’incendio del 1967, e rileva che i principi della Carta, dato il loro carattere “necesariamente universalista” possono essere utilizzati a sostegno di una “actitud de marcada conveniencia personal”, molto spesso a detrimento del valore intrinseco del monumento (p. 150). Sta di fatto per che contro le eccessive manipolazioni progettate per la cattedrale –in funzione esibizionistica dell’architettura moderna– si opposero le forze nuove della cultura architettonica e storica. D’altra parte se, in generale, le stesse leggi sono falsate dalla “conveniencia personal”, è fatale che lo siano anche quelle norme che leggi non sono né possono essere, ma solo raccomandazioni ad un costante colloquio dialettico, sul fondamento di alcune esigenze estetiche e storiche chiaramente affermate. Flores Marini afferma giustamente che la cosa più urgente è la realizzazione di “una labor de esclarecimiento de conceptos”, non soltanto per il pubblico in generale, ma per gli stessi operatori, assai spesso impreparati. Egli conclude invocando una coscienza turistica che eviti “las consecuencias que no pudieron evitar muchos países europeos” (p. 152).

CITTÀ DEL MESSICO, SAGRARIO DELLA CATTEDRALE. Fotografia di Roberto Pane, 1962.
CITTÀ DEL MESSICO, SAGRARIO DELLA CATTEDRALE. Fotografia di Roberto Pane, 1962.
Immagine: AFRP, AME2.P.31.

L’architetto colombiano Jaime Salcedo Salcedo riferisce brevemente sulla CONSERVACIÓN Y RESTAURACIÓN DE MONUMENTOS EN COLOMBIA, trattenendosi principalmente a commentare gli articoli della Carta di Venezia; ma il maggior interesse del suo contributo consiste nelle didascalie di alcune foto, scelte con particolare discernimento. Giustamente egli tiene a porre in evidenza il danno che deriva, all’unità prospettica e cromatica di molti edifici di Bogotà, dall’aver voluto scoprire la “mampostería” (muratura rustica in pietrame), eliminando il sovrapposto intonaco; anche se l’edificio non ha subito alterazioni di volume, ci è stato sufficiente ad alterare la sua integrità e quella dell’ambiente. Debbo aggiungere, a tal proposito, di aver visto realizzato, nella città di Morelia, la più vasta e rovinosa esperienza di tale scorticamento, e cioè della “mampostería al descubierto”.

Segue un’ottima relazione archeologica su Puma Punku, LOS CRONISTAS Y LA RECONSTRUCCIÓN DE PUMA PUNKU, a cura degli architetti José de Mesa e Teresa Gisbert, di La Paz, che danno scrupolosa notizia delle recenti scoperte. Per questo argomento, non trovando spunti per una puntualizzazione metodologica, mi limiter a ricordare che un contributo alla conoscenza di Pumo Punku (anche come conferma delle descrizioni dei cronisti) riguarda alcuni bozzetti del pittore tedesco Rugendas, gran viaggiatore dell’America Latina e di cui si conservano molti dipinti, nel museo di Chapultepec, a Messico, ed a Berlino. Il Rugendas è contemporaneo dei più noti pittori europei, ai quali grosso modo assomiglia; così un altro tedesco, il Blechen, l’inglese Bonington ed il napoletano Gigante. È l’epoca di alcuni felici vedutisti, intorno alla metà dell’Ottocento, non precursori, come banalmente si è talvolta affermato, degli impressionisti, poichè piuttosto che tali essi sono “schizzisti”, come scherzosamente diceva il Berenson, a proposito della pittura pompeiana. Ho voluto ricordare il Rugendas per averne dato notizia, credo per la prima volta in Italia, pubblicando la scena di una processione che, anche per l’ambiente, sembra essere stata eseguita in Campania, da un Duclère, o meglio, un Pitloo (cfr. Pane, “Vedutismo del primo Ottocento”, “Nap. nob.”, II, 1962-1963, pp. 159-160).

TIKANAKU.
TIKANAKU.
mmagine: Dominio pubblico

Segue una interessante rassegna fotografica del restauro della cattedrale di Trujillo, il cui ambiente, ai piedi di un colle, ha tale suggestione da far venir la voglia di scriverne diffusamente dopo averlo visto di persona.

Inoltre, a San Paolo si è svolta, nell’ottobre del 1972, la REUNIÓN SOBRE IDENTIFICACIÓN, PROTECCIÓN Y VIGILANCIA DEL PATRIMONIO ARQUEOLÓGICO, HISTÓRICO Y ARTÍSTICO. I rappresentanti degli stati latino-americani hanno approvato una serie di norme destinate ad impedire la libera esportazione dei beni culturali fra i vari paesi, istituendo a tale scopo una serie di controlli e, anzitutto, una catalogazione sistematica.

Particolare importanza assume oggi, anche in funzione delle future possibilità di contatto e di scambi con l’Europa, l’incontro che ha avuto luogo in Messico, nell’ottobre del 1972, su LA REANIMACIÓN DE CIUDADES Y POBLADOS HISTÓRICOS. Questa è stata la prima volta che si è svolto, con la collaborazione dell’Unesco, un incontro latino-americano sullo specifico problema della tutela ambientale, intesa in senso urbanistico. Alle dichiarazioni di principio, raccolte in otto articoli, fanno seguito alcune raccomandazioni, fra le quali ha interesse riconoscere l’enunciazione di criteri del tutto simili ai nostri; e questo senza che vi sia stata ancora un’intesa preliminare. Infatti, dopo aver dichiarato che la politica da attuare in questo campo deve dar luogo a leggi e regolamenti, ispirati alle convenzioni dell’Unesco, si afferma che l’interesse sociale delle suddette iniziative esige che siano poste in atto le più idonee soluzioni finanziarie, facendo ricorso in particolare, a sistemi di credito. Infine è ritenuta urgente la redazione di piani-pilota, prendendo in considerazione la partecipazione della comunità interessata[3] (pp. 235-236).

Resta ancora da dar notizia di due altri incontri, dalle cui conclusioni è possibile trarre esemplificazione ed esperienza critica. Il primo è quello che ha avuto luogo a Belgrado, nel giugno 1971, dal titolo PROGRESO Y TRADICIÓN EN LA CIUDAD, ad iniziativa della federazione internazionale per la casa, l’urbanistica e la pianificazione. Tra le raccomandazioni da segnalare come più significative è quella di curare, nella ricerca dell’equilibrio fra antico e nuovo, la peculiarità e identità di ciascun ambiente urbano. È detto anzi, in modo espressivo, che occorre realizzare “una comprensión total del genius loci” (p. 238). Ci mette opportunamente in guardia contro il pericolo di far ricorso (come accade spesso, del resto, nella redazione dei piani regolatori generali) ad uno standard di intervento, sul fondamento di una normativa universale. Coerentemente, si tratterà di realizzare un’adeguazione della nuova architettura “que acentúe la individualidad de la ciudad” (ibid.); il che, se da una parte esprime una legittima aspirazione, rischia di favorire l’equivoco del falso colore locale; cosa che del resto si è spesso verificata, nell’America Latina, attraverso le imitazioni delle forme preesistenti; e del resto, in questo non sono mancate esperienze negative anche da noi, come ad esempio le ville capresi, ad imitazione della casa rustica.

Le norme di Belgrado si richiamano ad una esigenza fondamentale, quale è quella dei giusti rapporti di scala; non basta, infatti, che siano rispettate le dimensioni degli ambienti del passato. Occorre che una dimensione umana sia realizzata anche negli spazi nuovi. Quello che per mi pare essere assente, sia in questo che negli altri contributi, riguarda il difficile problema dei valori espressivi delle superfici murarie o dei paramenti, specialmente negli interventi di restauro dei centri antichi ed in quelli –inevitabili, anzi desiderabili– dell’inserimento di forme nuove entro il vecchio tessuto. Tali argomenti particolari fanno capo ad una critica ancora da sviluppare; e perci mi pare opportuno aggiungere qualche altro cenno in proposito. Sta di fatto che, in Italia, data la straordinaria varietà delle configurazioni urbane, il problema si presenta tanto complesso quanto rara è la consapevolezza delle soluzioni più qualificate. Lo standard meccanicistico, che è legato alla moderna economia produttiva, ha conseguenze coerentemente negative anche nella esecuzione di un paramento edilizio; ci è sufficiente a far intendere che le esigenze umane ed estetiche, da noi enunciate, non possono far capo ad una realizzazione pienamente valida se non si risale a quelle determinanti più generali, che tendono a negarle piuttosto che a favorirle. Non basta che, in qualche caso, ci riesca di ottenere un risultato soddisfacente; ci che occorre è che tutto quanto si aggiunge alla vecchia stratificazione non abbia significato meccanico ma umano, pur nella totale diversità delle sue configurazioni; e ci non potrà realizzarsi se una nuova concezione dell’economia non sarà alla base degli stessi rapporti che regolano la nostra vita associata. Ancora una volta, il raccomandare la realizzazione di una nuova qualità di vita non pu avere diverso significato. Né si dica che questo è un modo di risalire troppo a monte; se, invece di essere passivi interpreti del conformismo professionale, si vuole contribuire ad una migliore qualificazione dell’attività edilizia ed urbanistica, non ci si pu sottrarre al confronto dialettico delle cause e delle ragioni estreme, e cominciare col riconoscere che la economia tuttora imperante (senza sostanziali differenze fra oriente ed occidente) è tendenzialmente contraria a qualsiasi forma di qualificazione. E purtroppo, perdurando l’enorme incremento demografico, è da prevedere che la causa della qualificazione diventerà sempre meno sostenibile; e, comunque, più numerosi e validi, almeno apparentemente, saranno gli argomenti che si opporranno ad essa.

Ora, nelle norme e raccomandazioni dell’incontro di Belgrado non si pu dire che queste maggiori difficoltà siano, non dico discusse, ma enunciate. ln realtà, non basta dichiarare che “Los capitanes del comercio y la industria comprenden cada vez más que sus empresas tienen responsabilidades sociales”, e che le responsabilità sociali “deben ser asumidas por estos dirigentes en una acción común” (p. 243). Sta di fatto che, almeno da noi (e non credo che le cose vadano molto meglio nell’America Latina) i suddetti “capitanes” non dimostrano alcuna intenzione di modificare i loro comportamenti, in funzione della invocata responsabilità sociale; essi continuano a far leva sul ricatto della occupazione operaia (con il quale ogni seria misura ecologica viene rinviata sine die) ed a sfruttare la complicità della classe politica; e se qualcuno intende replicare che tale denunzia sa di “moralismo gratuito”, converrà rispondere che, infatti, il moralismo è gratuito perchè non prende denaro dai petrolieri, così come fanno i ministri italiani, in nome dei rispettivi partiti.

Ultimo contributo del bollettino di Caracas è rappresentato da LAS NORMAS DE QUITO, alla cui redazione hanno collaborato numerosi esperti dei paesi latino-americani e che, pertanto, esprimono i criteri più recenti ai quali le rispettive amministrazioni intendono uniformarsi. Una dichiarazione iniziale, a proposito della straordinaria ricchezza del patrimonio monumentale dell’America Latina, riguarda specialmente le culture precolombiane e ibero-americane; si pu anzi affermare che qui, l’intensità, l’estensione in senso geografico, e la complessità urbanistica dei monumenti archeologici siano di gran lunga maggiori che nel nostro occidente[4]; e che, inoltre, mentre sono da deplorare le distruzioni e gli sprechi, dovuti alle incontrollate attività industriali ed edilizie di questi ultimi decenni, moltissimo resta, non soltanto da salvare, ma ancora da scoprire. Tenuto, dunque, conto di tali circostanze eccezionali, una giusta normativa per il futuro appare preziosa, ancor più che utile.

Sono poi ricordate le successive tappe della lotta alla quale ci sforziamo di dare il nostro contributo: dalla Carta di Atene (1932) al congresso indetto dallo ICOMOS, a Cáceres (1967). Inoltre, la considerazione del valore economico, oltre che culturale, dei monumenti, è stata prospettata al livello più alto, e cioè quello della Riunione dei capi di Stato, a Punta del Este (1967). Con molta chiarezza è enunciato il problema della “puesta en valor” (p. 254 e sgg). Qui leggiamo che si tratta di rendere “produttiva una ricchezza non sfruttata mediante un processo di valorizzazione che lungi dal menomare il suo significato storico-artistico, lo accresca, trasferendolo, dal dominio esclusivo di minoranze erudite, alla conoscenza ed alla fruizione delle maggioranze popolari” (p. 255). A questo punto, invece di riferire tutti gli argomenti trattati (per molti dei quali non si enunciano novità, rispetto alle già note raccomandazioni e norme europee), credo opportuno affrontare e discutere quello che mi pare essere definito in maniera culturalmente vaga, e quindi pericolosa; e cioè il rapporto tra la vita dei monumenti ed il turismo. Nel paragrafo VII (LOS MONUMENTOS EN FUNCIÓN DE TURISMO) leggiamo: “Los valores propiamente culturales no se desnaturalizan, ni comprometen al vincularse con los intereses turísticos y, lejos de ello, la mayor atracción que conquistan los monumentos y la afluencia creciente de admiradores foráneos, contribuye a afirmar la conciencia de su importancia y significación nacionales”. Questo significa davvero farsi delle illusioni! E debbo aggiungere che esse mi sembrano tanto più sorprendenti in quanto alcuni redattori del documento come ad esempio Gasparini e Flores Marini, si dimostrano altrove ben consapevoli dei gravi danni e delle sostanziali alterazioni che sono ovunque deplorati, in conseguenza di un incremento turistico non culturalmente controllato e qualificato[5].

Ho già accennato, in tal senso, alla funesta influenza esercitata dalle iniziative turistiche più potenti, e cioè quelle che fanno capo agli Stati Uniti; e vi è appena bisogno di segnalare il fatale legame che esiste fra lo standard imposto dall’economia di profitto ed i valori d’arte e di storia, considerati appunto in quella loro autenticità, che spetta alla cultura di difendere contro le iniziative consumistiche, falsamente democratiche e popolari; esse, in fatti, tendono ad estraniare l’oggetto stesso del turismo, ricostruendo i ruderi, e quindi falsificandoli nella loro realtà storica ed in rapporto al loro ambiente. Del resto, simili considerazioni sono state svolte in incontri internazionali, come quello che si è tenuto a Oxford, nel 1968; ed in tali occasioni sono stati espressi allarmi e critiche non diversi da quelli che qui ho voluto brevemente segnalare; e spero che mi si vorrà perdonare se ricorder che una pubblica denunzia contro i suddetti sistemi fu da me pronunziata, dieci anni fa, a Venezia, in occasione del Congresso dei tecnici dei monumenti. Indicai allora le disastrose manipolazioni “restauratrici” che erano in corso di esecuzione in Grecia e in Turchia; la replica del rappresentante del National Park fu improntata alle esigenze dello “spirito democratico”, secondo un equivoco concettuale che non mi pare aver bisogno di chiarimenti. In realtà, il dissidio non è fra cultura e spirito democratico, ma fra cultura e illimitato sviluppo economico, a vantaggio di pochi e a danno degli interessi umani, intesi nella loro totalità[6].

Dobbiamo dunque contestare nel modo più risoluto il paragrafo, secondo il quale “i monumenti e altri beni di natura archeologica, storica e artistica possono e debbono essere debitamente preservati e utilizzati in funzione dello sviluppo, come incentivi principalissimi dell’affluenza turistica”; essi invece debbono anzitutto essere preservati come patrimonio comune del mondo civile, ancor prima che come beni appartenenti ad un determinato popolo; e, a tal proposito, va più che mai ribadito il principio dell’Unesco, secondo cui le nazioni ad esso aderenti debbono considerarsi custodi e non proprietarie insindacabili del loro patrimonio d’arte e di storia.

Né basta aggiungere che “gli interessi propriamente culturali si uniscano (se conjugan) con quelli turistici, per quanto concerne la necessaria preservazione e utilizzazione”, ecc. (p. 258). Occorre invece affermare la necessità che gli interessi turistici siano rigorosamente subordinati, e non semplicemente associati, alle esigenze espresse da quelli culturali. Se ci non avverrà potremo esser certi, a giudicare da quanto già si verifica in Europa –e peggio che altrove in Italia– che sarà proprio il turismo la maggior causa della estraniazione e rovina del patrimonio comune.

*

Nota

1 “Boletín del centro de investigaciones históricas y estéticas”, director Graziano Gasparini, agosto 1973, n. 16. Facultad de Arquitectura y Urbanismo, Universidad Central de Venezuela.
2 Questa è la data pubblicata nell'articolo, tuttavia il primo viaggio in Messico di Roberto Pane fu nel 1962.
3 Allo scopo di poter giovare in tal senso, illustrer in maggio, a Città del Messico, i tre voll. de “Il centro antico di Napoli”, cercando di porre in evidenza quegli aspetti sistematici di ricerca e di piano che possono interessare la metodologia di simili elaborati nei paesi latino-americani.
4 Nell’art. 6 (p. 252) è espressa una valutazione che, non di rado, è stata affermata anche presso di noi, e cioè che il potenziale di ricchezza, distrutto dai numerosi atti di vandalismo urbanistico, supera di gran lunga i benefici che derivano all’economia nazionale dalle installazioni ed infrastrutture che hanno motivato le distruzioni stesse.
5 Si veda Gasparini, in principio (p. 11 e sgg). Per il Messico basterebbe ricordare lo scempio perpetrato a Teotihuacán in nome, appunto, del turismo di massa.
6 Sempre per risalire alle cause più generali, tali motivi sono da riferire al dissidio profondo che muove la cultura europea più impegnata a formulare una critica radicale contro la way of life statunitense. Va aggiunto per che, a tale critica, si associa, con la più acuta intelligenza dialettica, la migliore cultura universitaria nord-americana; si veda, ad esempio, lo splendido libro “The Dissenting Academy”, New York, 1967 (in ital. “L’università del dissenso”, Einaudi, 1968), che raccoglie i contributi di undici autorevoli docenti di diversi settori.
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