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Città antiche edilizia nuova

ROBERTO PANE

Conversaciones…

Instituto Nacional de Antropología e Historia, México

ISSN: 2594-0813

ISSN-e: 2395-9479

Periodicity: Bianual

no. 12, 2021

conversaciones@inah.gob.mx



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Città antiche edilizia nuova

Pubblicazione originale: Roberto Pane (1959) “Città antiche edilizia nuova”, in: Città antiche edilizia nuova, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, pp. 63-941[1].

Quando pensiamo ad un accostamento tra l’edilizia moderna e l’antica sentiamo subito sollevarsi in noi molti problemi ed interrogativi; e ci specialmente in Italia dove più che in ogni altro paese del mondo tale accostamento denuncia il contrasto fra due modi di vita: quello che si manifesta nella ricchissima stratificazione del nostro passato e l’immagine nuova e brutale che ad essa si va aggiungendo, senza determinare una nuova unità, ma dando ovunque il senso di una penosa, intollerabile frattura. La città che si accosta e si sovrappone all’antica ci appare come l’espressione di un impulso economico troppo forte perchè sia possibile mutarne ed ordinarne i movimenti. La caotica espansione obbedisce alle sollecitazioni di un immediato e cieco interesse privato, e quasi mai trova ascolto il richiamo ad una ordinata predisposizione urbanistica che faccia salvi gli interessi della comunità. Anzi, a tal proposito, va segnalato il sistematico silenzio che accoglie la critica più viva nel nostro paese; tant’è vero che i pochi combattenti sono spesso esortati a desistere dalla lotta, visto che dall’altra parte non c’è mai risposta. Valga fra tutti, come esempio, lo scempio del paesaggio italiano che si va perpetrando ad opera di un ente statale alle dipendenze del ministero dei LL.PP. malgrado che un vero clamore di proteste continui a sollevarsi in Italia e fuori. Ma questa è una vergogna tanto singolare da meritare un discorso a parte.

Ora l’accennato confronto ci induce a porre il seguente dilemma: se è vero che esista una inconciliabilità insuperabile tra la vecchia edilizia e la nuova, come vanno di recente affermando alcuni scrittori e studiosi[2] i quali reclamano, per conseguenza, una netta separazione tra la città di ieri e quella di oggi; o se si tratta, invece, soltanto di una negativa condizione di spirito, una sorta di rassegnazione, di diffusa mancanza di entusiasmo morale per cui noi rinunziamo a farci padroni degli strumenti che noi stessi abbiamo creato.

Che convenga far sorgere i nuovi organismi al di fuori dei centri antichi, come nuovi aggregati autosufficienti e dotati di un certo grado di elasticità espansiva, è cosa ovvia per ogni moderno urbanista. Ma qui si vuol considerare l’esistenza del centro antico come un fatto per sè stante, e cioè non come una tutela passiva che lo stato avrebbe il dovere di assumersi in nome dell’arte e della storia (e che in realtà non si assume) ma come vitale sopravvivenza in relazione ad una effettiva realtà pratica. A me sembra che in questo senso la invocata intangibilità rappresenti un perfetto assurdo; anzi, che proprio come una dimostrazione per assurdo essa presti un pericoloso argomento alla tesi opposta, e cioè la seguente: dal momento che non è possibile conservare immutato l’ambiente antico perchè lo stato non pu assicurare la conservazione di tutte le fabbriche che hanno interesse di arte e di storia, tanto vale demolire tutto ci che presenta soltanto un carattere ambientale e ricostruire modernamente, sullo stesso suolo, limitando la conservazione agli edifici di importanza eccezionale. Ora questo discorso non è soltanto la risposta che sono pronti a dare tutti gli speculatori delle aree pubbliche e private, i capi di istituti statali e parastatali ed anche (mi sia consentito di aggiungere) la quasi totalità degli architetti e degli ingegneri. Esso rispecchia anche la situazione reale, e cioè quanto si sta rapidamente attuando, malgrado le indignate proteste e con gravissimo irreparabile danno di un bene prezioso: il valore corale della stratificazione storica, l’insostituibile fascino delle strade e delle piazze dei nostri centri antichi. Poichè quello che si va distruggendo è proprio il patrimonio che la più moderna esperienza di storia e d’arte ha contribuito a porre in giusta evidenza, e cioè il ritmo determinato dagli spazi esterni mediante quelle forme che portano coerentemente il nome di una particolare tradizione di cultura e non quello del tale o tal’altro architetto di eccezione. In tal senso, il sentimento che ci ispirano le vecchie mura non è semplicemente una velleità romantica, il sognare una condizione di vita che non pu più riprodursi; esso nasce invece dal sentir presente una coerenza tra vita, arte e artigianato, che sembra esser oggi irreparabilmente perduta. Così sentiamo la suggestione di questo diverso mondo come un attributo ambientale che è negli aspetti più diversi e non soltanto in alcune opere singole; donde la giusta considerazione che la maggior bellezza di una città consista nel suo valore di organismo ancor più che nei suoi monumenti eccezionali e che le opere insigni siano inseparabili dal loro ambiente come dal loro respiro. L’importanza di tale considerazione sta nel suo riconoscere implicitamente, assai meglio di quanto non si facesse in un recente passato, il legame tra la vita e l’arte; l’arte come una condizione della vita stessa e non come un solitario raggiungimento che si attua malgrado la bruttezza del mondo circostante. Purtroppo ci che fa il torto di molti di noi, architetti o critici e storici dell’arte in Italia, sta proprio nel nostro disumano ed orgoglioso rifugiarci nei fatti estetici trascurando di partecipare al chiarimento ed alla discussione di questi problemi della città antica e nuova che sono di fondamentale importanza per il nostro destino d’italiani perchè, da una parte, essi sono rivolti a chiarire i nostri legami con il passato e, dall’altra, a definire ci che ancora oggi appare assai vago ed oscuro, e cioè in che senso e direzione sia da intendersi la nostra partecipazione ad una comune civiltà del mondo moderno.

Il maggior fascino dei nostri vecchi centri è nella testimonianza di un modo di vita saggio ed ingenuo insieme; di una economia produttiva che non escludeva un margine di giuoco, di conversazione e di intimità[3]. Era una povera vita, fornita di scarso benessere, ma conservava un alto valore umano e non è ingiusto paragonarla con rimpianto alla ossessionante megalopoli che ha messo tanti mezzi a nostra disposizione ma da cui ci siamo lasciati degradare come uomini e che aneliamo di abbandonare non appena la tregua dal lavoro ce lo rende possibile. Tutto questo (è quasi inutile dirlo) non vuol significare la condanna della tecnica moderna che è per se medesima una grande conquista; vuol solo dire che essa non basta a soddisfarci e che il nostro supremo scopo consiste nel rifarci padroni di quei mezzi che la tecnica pone a nostra disposizione, in maniera che essi soddisfino ed obbediscano alle nostre umane esigenze, nei limiti e nei luoghi dettati da noi stessi e non da occulte forze che si sottraggono al nostro controllo. E a tal proposito mi piace ricordare qui la modesta e significativa testimonianza di un grande pioniere dell’architettura moderna, Walter Gropius, il quale, in un articolo pubblicato tre anni fa, scriveva: “Quando ad esempio accusiamo la tecnologia e la scienza di aver sconvolto i nostri concetti di bellezza e del viver bene, dovremmo ricordare che non è la sconcertante profusione di macchinario tecnico per la produzione in serie che determina il corso degli eventi ma la vigilanza o l’inerzia del nostro cervello che dà o trascura di dare un indirizzo a questa evoluzione”[4].

La tesi della inconciliabilità tra edilizia nuova ed antica si fonda, in sostanza, su una fatalistica accettazione del fatto compiuto, generalizzandolo come un dato inevitabile e definitivo per le esperienze che si dovranno compiere domani. Così le dimensioni delle moderne fabbriche e l’uso del cemento e del ferro, nell’atroce banalità delle loro forme correnti, sarebbero, e non potrebbero non essere, l’immagine dell’affermata inconciliabilità. Qui si ha il torto di dimenticare numerose esperienze positive di accostamento del nuovo all’antico; esperienze italiane[5] e straniere compiute senza alcuna rinunzia alla modernità dei materiali e senza far ricorso a quel pressappochismo stilistico che ancora largamente imperversa da noi e che la tesi della inconciliabilità non fa, in sostanza, che accreditare. Ricordo i casi positivi di Amsterdam, Francoforte, Varsavia; ma ci che più conta rilevare sono le estreme conseguenze alle quali si giunge se si vuole restare coerentemente inconcilianti: se il nuovo e l’antico non possono sussistere insieme vuol dire semplicemente che tra noi ed il passato si è prodotta una incolmabile frattura; cioè che storia e tradizione di cultura sono parole prive di senso e che il passato pu solo fornirci motivi di curiosità archeologica dal momento che esso non giova più ad illuminare il nostro presente. Spetta dunque agli inconcilianti di rispondere a questa legittima obiezione: se i muri vecchi e i muri nuovi non possono sussistere insieme, non potranno nemmeno esserlo quelle cose che trovano in essi una loro immagine inevitabilmente coerente.

A chiarimento di quanto ho accennato pu giovare il ricordo della polemica svoltasi a proposito del progetto Wright per il Canal grande. Non star qui a ricordarne tutti gli episodi, ma mi limiter ai dati estremi. La quasi universale e generosa indignazione suscitata dall’annunzio che una fabbrica di carattere moderno sarebbe sorta sul Canale, su questo capolavoro urbanistico del passato, nasceva, pur nella più piena buona fede, dai consueti luoghi comuni, dalla consueta assenza di una seria impostazione critica della questione. Infatti, mentre si gridava contro una significativa espressione. moderna, si taceva l’orrore del falso gotico di cui il Canale è largamente fornito e, similmente, del falso barocchetto veneziano di una casa che si stava per compiere al pontile S. Angelo, proprio nel pieno imperversare della polemica. Già da questa considerazione appare evidente che l’atteggiamento della difesa a tutti i costi, tanto seducente per il suo sapore di romantica intransigenza (anche se praticamente insostenibile) finisce per diventare reazionario nel suo chiudere gli occhi sui falsi mostruosi, e quindi nel suo riconoscere implicitamente che essi “non disturbano”[6]. Ma non disturbano che coloro per i quali non v’è differenza tra gotico autentico e gotico del ventesimo secolo; per gli esperti, invece, il disturbo è tale da giungere fino allo strazio; fino a quel senso di disperata amarezza che nasce dal constatare la propria impotenza al cospetto di un mondo dominato dalla ufficialità burocratica, distributrice onnipotente di falsificazioni e surrogati estetici e morali.

AMSTERDAM. Roberto Pane in visita nelle strade di Amsterdam, fine anni 1940.
AMSTERDAM. Roberto Pane in visita nelle strade di Amsterdam, fine anni 1940.
Immagine: AFRP, OLA.N.4.

AMSTERDAM. Case vecchie e nuove.
AMSTERDAM. Case vecchie e nuove.
Immagine: Roberto Pane, fine anni 1940 (AFRP, OLA.N.4).

F.L. WRIGHT. La casa sul Canal Grande.
F.L. WRIGHT. La casa sul Canal Grande.
Immagine: Metron, 49-50, gennaio-aprile 1954.

Va ancora aggiunto che il progetto Wright era limitato alle modeste dimensioni della casa alla quale la nuova fabbrica avrebbe dovuto esser sostituita. Con questo l’architetto riconosceva come un dato da rispettare[7] il rapporto dimensionale dell’ambiente ed in particolare quello tra la casa ed il fiancheggiante palazzo Balbi; in altri termini, quella relazione volumetrica che rappresenta la condizione essenziale e, nel tempo stesso, la sola possibile per la conservazione di un ambiente antico. Poiché è evidente che, fatta eccezione per i paesi nei quali un clima particolarmente favorevole consente di preservare più o meno integri gli originari valori chiaroscurali e cromatici, altrove avviene che la sostituzione delle pietre esterne, a causa del loro progressivo disfacimento, fa in modo che dell’opera antica si conservi soltanto un simulacro più o meno fedele; valga per tutti l’esempio dell’abbazia di Westminster di cui non una sola pietra esterna è ancora quella della primitiva opera gotica; e del resto tale è la sorte dell’architettura, l’arte che non ha museo, o meglio il cui museo non pu essere che l’ambiente stesso per il quale essa fu creata[8].

ABBAZIA DI WESTMINSTER, LONDRA.
ABBAZIA DI WESTMINSTER, LONDRA.
Immagine: Andrea Pane, 2015.

Ma ci che nella tesi della intransigenza appare francamente assurdo è il volere, come ho accennato, ignorare la evidente realtà storica della stratificazione che si è compiuta nel passato, configurando, con i suoi contrasti, l’ambiente che desideriamo salvare, ed il negare che altrettanto possa e debba avvenire anche nel presente. L’inserimento di forme nuove nella città antica non potrebbe non aver luogo anche se le norme di tutela ed il più rigoroso rispetto venissero osservati. Ma perché questo avvenga nel modo migliore è necessario che l’ambiente sia sentito come un’opera collettiva da salvare in quanto tale; e cioè non come integrale conservazione di una somma di particolari, secondo che si intende la conservazione di una fabbrica singola, ma come rapporto di masse e di spazi che consenta la sostituzione di un edificio antico con uno nuovo purchè esso sia subordinato al rapporto suddetto.

D’altra parte, l’uniformità di vita come conseguenza della moderna civiltà meccanica risponde ad una visione rassegnata e pessimistica del nostro destino che non trova giustificazioni nelle attuali straordinarie realizzazioni dell’ingegno umano, ma solo in un abbassamento di tono morale; quasi che le materiali conquiste abbiano diminuito, nella nostra coscienza, il valore stesso della libertà; e a tal proposito mi torna in mente un’immagine che è stata tante volte dipinta: quella delle sterminate teorie d’operai che si avviavano, tutti uguali, verso l’officina; è una immagine di ieri, eppure la tecnica di oggi l’ha già resa grottesca ed assurda come, del resto, non poche profezie del marxismo. Dunque non v’è ragione di credere che una più progredita civiltà non debba arricchirci nel senso migliore e cioè consentire una maggiore differenziazione di modi di vita e di costume e quindi rendere, non solo possibile, ma desiderabile che la città nuova non distrugga quella antica, per mezzo di falsi compromessi, ed anzi si giustapponga ad essa perpetuandone il godimento.

Ma a questo punto mi pare opportuno inserire, come esempio di affermata inconciliabilità, la testimonianza di un recente articolo di C. Brandi, Processo all’architettura moderna[9]. L’autore parla della spazialità prospettica rinascimentale, dell’attivazione prospettica barocca e dell’ottocento “esausto e fedele”; egli traccia il cammino di una ideale ed astratta urbanistica, esemplificata su una serie di capolavori ambientali e singoli, e conclude nell’affermazione che lo spazio dell’architettura moderna “è lo stesso spazio vissuto della nostra giornata per lo più senza orizzonte che non sia chiuso da fabbriche, e senza cielo che non sia quello dove volano gli aerei”. Inoltre, pur potendosi affermare, grazie alle opere di alcuni cospicui artisti, che esista una architettura moderna, essa “non pu essere inserita in un antico complesso urbano senza distruggerlo e senza autodistruggersi”. A me pare che l’errore di questa interpretazione sia nel suo essere tutta conclusa in una visione estetica (stavo per dire estetizzante) assai prossima allo schema, e non storica; nel senso che parla di architettura in quanto arte, tacendo che la città, nel suo tessuto, è fatta essenzialmente di letteratura edilizia e non di poesia architettonica; e qui richiamo il lettore alle altre considerazioni da me svolte altrove ed alla trascurata realtà di fatto. Aggiungo che, replicando allo scritto di Brandi, Bruno Zevi ha giustamente posto in evidenza che qui non si tratta di linguaggio architettonico ma di programma edilizio: “La rottura, lo scempio è operato nella stesura del programma edilizio e non ha nulla a che vedere con la natura del linguaggio architettonico”. Ma, a questo punto, è proprio il rinnovato equivoco tra architettura ed edilizia che mi spinge a ricordare un mio scritto[10] come qualcosa che pu forse ancora giovare a fornire un chiarimento.

Ripeter anzitutto che l’equivoco più corrente è prodotto dall’uso della parola architettura; parola che da noi, per l’autorità esercitata da un’antica tradizione, continua a significare arte, mentre nei paesi anglosassoni essa è sinonimo di edilizia; donde la proposta, già da alcuni avanzata, di sostituire, nel corrente linguaggio, la seconda parola alla prima. Inoltre, parallelamente alla distinzione operata da Croce nella sua ultima Estetica, in cui alla letteratura e riconosciuto un valore autonomo rispetto alla poesia distinguendo la facoltà poetica da quella letteraria o pratica[11], io ho proposto una distinzione tra il concetto di architettura e quello di edilizia. Similmente, infatti, è da individuare, nella prima, la facoltà poetica nel suo abbandono all’universale, al di là di ogni limite pratico; nella seconda, la facoltà letteraria nel proposito che le è proprio di non perder mai di vista la ragione che è guida e sostegno al pratico operare.

L’architettura è arte quando lo è, e cioè assai raramente. All’immenso lavoro che si compie nel mondo, edificando e scrivendo, non va normalmente riconosciuto un valore diverso da quello che è richiesto e dettato dalle pratiche ragioni. Con questo non è da riconoscersi, come spesso si è fatto, un insuperabile ostacolo alla fantasia nella complessità ed urgenza dei pratici bisogni, ma un carattere distintivo che da quegli stessi bisogni è e vuole essere definito; che non vuole celarli ma configurarli in una forma e questa forma non pu essere la pura e semplice espressione della razionalità.

La distinzione tra poesia e letteratura architettonica trova la sua migliore conferma nella constatazione, già sopra ricordata, che non sono i pochi monumenti d’eccezione a creare l’ambiente delle nostre antiche città ma le tante opere tendenti ad esprimere un particolare valore corale ed a fornire, quindi, l’impronta peculiare di una civiltà.

Questo concetto della letteratura architettonica è stato da molti favorevolmente accolto; ma gioverà svilupparne ulteriori chiarimenti ed esempi.

Ritornando ora, dopo queste divagazioni e premesse, al problema della tutela dei centri antichi, mi pare opportuno avanzare una proposta di carattere generale che potrebbe tradursi in una norma da adottare sul piano nazionale, dato e non concesso, beninteso, che sia prima escogitata la sola legge di cui in Italia si senta estremo bisogno: una legge che riesca ad imporre il rispetto delle leggi.

Riassumo la proposta in alcuni dati che naturalmente non pretendono di essere stati formulati in maniera definitiva, ma soltanto di esprimere una precisa esigenza:

I - Definire i confini del centro storico-artistico.

II - Stabilire, senza ammettere alcuna eccezione, che dentro i confini suddetti non sia consentito, né a pubblici enti né a privati, di costruire edifici la cui altezza superi quella media degli edifici circostanti.

È chiaro che la caotica speculazione non avrebbe avuto ragione di considerare il centro antico come una miniera d’oro se, al posto di un vecchio edificio, non avesse potuto costruirne un altro di altezza per lo meno doppia.

III - Espropriare a titolo di pubblica utilità le private zone verdi comprese nel centro suddetto onde impedire che esse vengano sfruttate come suoli edificatori.

Quest’ultima norma è suggerita dalla necessità di evitare che continuino a sorgere case nell’interno delle antiche isole, cioè li dove la presenza secolare di orti e giardini compensava l’angustia delle strade fornendo, alle aperture interne, un respiro prezioso[12].

Cerchiamo di considerare quali obiezioni potrebbero farsi a queste proposte. Ad esempio, si potrebbe replicare che le norme riguardanti il dimensionamento delle nuove costruzioni nel centro antico sono già presenti nei regolamenti edilizi comunali. Allora è da rispondere che esse, se pure esistono, non sono quasi mai ispirate ad una tutela vera e propria; lo dimostra il fatto che esse hanno consentito fin troppe “deroghe” e “stralci”; donde la necessiti di condizionare tutti i centri storico-artistici ad un’unica norma che risponda all’interesse nazionale, anzi a quello di tutto il mondo civile, visto che la tutela comunale ha dimostrato di non saper offrire una sufficiente garanzia.

Inoltre, una facile obiezione pu essere sollevata dall’architetto al quale stia più a cuore la realizzazione del suo piccolo grattacielo che non la conservazione dell’ambiente. Egli pu dire: nessuna estetica è in grado di dimostrare che l’aggiunta di una mole dominante costituisca inevitabilmente un danno e non un contributo destinato a produrre un nuovo ed armonico rapporto d’insieme. Con ci , è evidente, egli viene a negare implicitamente il fondamento stesso della suddetta tutela; per non basterà ricordargli che la conservazione dei primitivi rapporti è invocata dalla migliore e più qualificata cultura; bisognerà invece dirgli che il suo grattacielo non resterebbe solo, ma avrebbe ben presto numerosi e disordinati compagni; cosi che, in definitiva, non gli resterà se non invocare per sé stesso, con presuntuosa incoscienza, il diritto alla eccezione; e cioè che sia riconosciuto definitivo e inalterabile il rapporto tra la sua personale opera e l’ambiente. Diceva Cellini: un uomo come Benvenuto, unico nella sua arte, non pu essere obbligato alla legge...

Quest’ultima eventualità mi sembra essere tutt’altro che ipotetica o rara; e del resto è proprio nel senso accennato, e cioè per l’assenza di una responsabilità, assai spesso ignorata anche dagli architetti, che qui si impone il ricorso alla maggiore autorità del potere esecutivo. E non mi si ripeta che tale ricorso lascia il tempo che trova e che un patrimonio d’arte e di cultura si salva solo se tutti, e specialmente costruttori e progettisti, ne assumono e prendono a cuore la difesa.

Questa è una obiezione troppo ovvia, e tanto varrebbe rassegnarsi a che ogni ambiente venisse vituperato e distrutto se si dovesse attendere la formazione di una cosciente responsabilità pubblica.

Non si pu quindi non risalire agli organi maggiori della tutela e cioè al ministero della P. I. a quello dei LL. PP. A tal proposito il citato articolo di Brandi conclude con una frase che è lecito definire amena; egli dichiara che non ha senso accusare gli uffici della tutela artistica (e cioè quanto dire la Direzione generale delle antichità e belle arti alla quale egli appartiene) dal momento che la responsabilità del danno che ci affligge ricade su noi tutti. Noi invece abbiamo ragione di deplorare che i suddetti uffici non si dimostrino affatto disposti a ricercare quella collaborazione che il mondo della cultura potrebbe loro offrire e che essi si limitino a riconoscersi insufficienti ai loro compiti, giustificandosi con l’ingerenza della classe politica e la scarsità dei mezzi a disposizione. In realtà non è un incremento di mezzi e di autorità che migliorerebbe sostanzialmente la situazione, ma solo un diverso spirito informatore della tutela, e quindi un diverso ordinamento. Per dirla in breve, una difficile questione di urbanistica o di restauro non pu trovare la sua soluzione migliore nella evasione di una pratica d’ufficio, ma nella viva partecipazione[13] di quelle capacità che il più delle volte sono fuori degli uffici. L’assenza di tale partecipazione fa in modo che gli interventi delle soprintendenze abbiano, il più delle volte, soltanto carattere negativo e procedurale e servano appena a ritardare (se pure vi riescono) il compimento dei peggiori soprusi ed arbitri. Ognuno ha appreso, ad esempio, che un edificio antico pu essere oggetto di una demolizione notturna e che la ricerca delle responsabilità non darà alcun risultato perché le carte staranno a dimostrare che, malgrado la distruzione, in nessun modo la tutela è venuta meno: l’edificio è scomparso ma la “pratica” ne conserverà il ricordo.

Non minore, d’altra parte, è la responsabilità degli organi del Ministero dei LL. PP. sebbene essa appaia meno direttamente impegnata. E noto che gli uffici del Genio Civile sono forniti di mezzi assai superiori a quelli delle soprintendenze, e che non di rado essi intervengono in materia di restauro e di urbanistica storica senza sentirsi minimamente impegnati ad una collaborazione con gli uffici ai quali spetta un compito specifico in questo campo. Si pu anzi dire che i rapporti esistenti fra questi organi, sebbene tutti egualmente subordinati al servizio della cosa pubblica, siano non molto diversi da quelli esistenti tra gli stati dotati di sovranità nazionale.

Eppure, malgrado le esperienze negative già scontate, la nostra attuale azione pratica non potrà non consistere nel rinnovare un preciso appello ai poteri centrali. Per conseguenza io invito l’Istituto Nazionale di Urbanistica ad esaminare le suddette proposte circa la difesa dei centri antichi, e se, come spero, le troverà legittime, di chiedere ai ministeri interessati che esse siano praticamente poste in atto.

Richiamo inoltre l’attenzione dell’Istituto sulla già accennata e mortificante offesa che si continua a compiere al pubblico decoro per mezzo della pubblicità stradale. Qui finalmente non si tratta di un grosso problema organizzativo ma soltanto di una grossa sconcezza.

Recentemente alcuni settimanali hanno dato notizia della decisione presa dall’ANAS di uniformare la pubblicità per mezzo di cartelli aventi tutti la misura di due metri per tre, collocati “a guisa di pietra miliare” a cento metri l’uno dall’altro. Tale novità sarà presto attuata nel Nord allo scopo di risparmiare agli automobilisti la stanchezza prodotta dal troppo vario e ripetuto stimolo visivo. Si badi che in tutto questo l’offesa al paesaggio, ribadita dai promessi cartelli di sei metri quadrati, non è neppure presa in considerazione; né, che io sappia, questa Azienda la cui autonomia di fronte al decoro del paese pu dirsi veramente esemplare, ha sinora sentito il bisogno di rispondere alle accuse che le sono state mosse da ogni parte, in Italia e fuori. Ora, come si pu sperare di raggiungere qualche risultato nelle tanto più ardue e problematiche questioni di piani intercomunali e regionali se non si riesce? non dico a spuntarla, ma neppure ad aver risposta in una faccenda che, oltre tutto, ci disonora agli occhi del mondo? Si pensi che in Inghilterra si è svolta lo scorso anno una violenta campagna ad iniziativa della Architectural Review per qualcosa di assai più modesto e che anzi, nessuno di noi, coi tempi che corrono, oserebbe giudicare intollerabile, e cioè le indicazioni stradali in aperta campagna, i semafori, la scritta keep left, i pali, i fili della corrente ecc. Insomma tutto quello che tende ad uniformare “l’intera campagna inglese a suburbio” come scrive Ian Nairn, l’autore dell’ottimo volume[14] che ha per titolo Outrage (Oltraggio). L’iniziativa inglese ha avuto il consenso e l’incoraggiamento di tutta la stampa, dal Times al Daily Mirror. Ma, per la verità, anche da noi la partecipazione della stampa è stata unanime e non per questo il ministro dei LL. PP. si è sentito in dovere di intervenire ordinando all’ANAS la sospensione dei contratti di pubblicità e la rimozione delle pubbliche brutture; o forse non lo ha fatto perché l’azienda è a tal punto autonoma da potersi dire dotata di poteri sovrani? Non potrebbe l’Istituto Nazionale di Urbanistica intervenire con la sua autorità perché ci sia fornita almeno una spiegazione per questa costante offesa?

Tornando ora alle questioni dell’edilizia, a me pare che l’accennato chiarimento circa il concetto di letteratura architettonica potrebbe giovare specialmente in Italia dove, invece di perseguire la più modesta via della probità, ci si ostina troppo spesso ad inseguire la fantasia.

La fonte dei maggiori guai nella nostra moderna edilizia è infatti ci che si potrebbe definire l’equivoco artistico. Equivoco del recente passato che sopravvive immutato nel nostro presente per non essersi compiuta quella evoluzione di cultura che sola avrebbe potuto consentire di evitare il sussistere dell’antica accademia, malgrado la rivoluzione dei mezzi materiali posti a nostra disposizione. In altre parole non è bastata, né poteva bastare, la disponibilità di strumenti nuovi perché le nostre disposizioni creative si rinnovassero anche da dentro oltre che da fuori[15].

La generale tendenza alla enfasi dimostrativa, il proposito di raggiungere la massima possibile visibilità; in breve, la mancanza di discrezione e di modestia sono i caratteri più diffusi ed immediatamente riconoscibili della nostra edilizia; e sono, ripeto, malgrado le apparenze, caratteri immutati. Ecco, ad esempio, la maledizione delle trovate plastiche e cromatiche con cui, esattamente come un tempo, facciamo ogni sforzo perché ci si accorga della nostra presenza come inventori di una nuova architettura (che magari chiameremo nucleare); e molto spesso è bastata una sola trovata a rovinare tutta una strada che prima aveva una sua organica stratificazione ed una sua bellezza. Un tale ha dipinto in bleu o in rosso gli aggetti di tutti I balconi di una casa a molti piani; egli è sicuro di aver fatto cosa originale dal momento che non la si era mai vista prima. In realtà la sua casa produce su di noi lo stesso effetto della radio del nostro vicino quando funziona a pieno rendimento mentre noi desideriamo poterci raccogliere o dormire in pace.

Similmente, un insieme di case moderne qual’è quello che pu scorgersi alla periferia di una qualunque nostra città pu paragonarsi ad una nostra discussione pubblica. Infatti, neppure negli ambienti più qualificati si realizza da noi quella reciproca subordinazione che dovrebbe consentire a ciascuno di manifestare il proprio punto di vista. Vi saranno sempre alcuni che tenteranno di imporsi con la propria facondia, con il maggior volume della propria voce, e dall’altra parte alcuni altri costretti al silenzio per timidezza, eccessivo scrupolo o insufficienza di prestigio, pur avendo, magari, molte e più utili cose da dire. Basterebbero queste poche considerazioni e confronti per intender come, le maggiori difficoltà che si oppongono in Italia ad una seria urbanistica, non siano di natura tecnica; o meglio, che prima di esser tali esse sono di natura morale e psicologica.

Oggi il cemento e l’acciaio consentono la facile realizzazione di masse edilizie così fortemente concentrate, da attuare condizioni di convivenza che neppure lo spirito più ottimistico pu considerare favorevoli ad un armonico sviluppo delle nuove generazioni. I pretesti della estrema urgenza e della più rigida economia, in un paese di alto incremento demografico (la nostra più grande e più taciuta sciagura) hanno determinato, in questo dopoguerra, la frustrazione di ogni sano proposito urbanistico mediante lo sfruttamento accidentale e caotico delle aree edificabili; e in questa impresa gli enti statali e parastatali si sono dimostrati, non di rado, più ciechi ed esosi dei privati speculatori.

Per tutto questo, si dirà, ha ancora sapore di vaga e generica recriminazione. Ci pu esser vero, ma il discorso si farà più preciso (e, oserei aggiungere, inconsueto) se come architetti ci porremo di fronte alla nostra ben determinata responsabilità. Siamo, ad esempio, assolutamente persuasi che le dimensioni assegnate alle case che progettiamo siano quelle giuste? non è forse vero che il compito impostoci dalla nostra società è quello di essere degli specialisti della densità e di conferire alle organizzate agglomerazioni una veste estetica? ci occorre avere una forte dose di presunzione e di cinismo per credere che questa casa di otto, dieci o dodici piani, da noi disegnata e collocata a distruggere un ambiente già organico, nel suo rapporto tra fabbriche e natura, sia una positiva espressione di letteratura edilizia (se non addirittura di poesia) e non piuttosto qualcosa a cui noi abbiamo appena conferito una impronta velleitaria mentre la sua realtà, in quel significato economico e sociale che veramente importa, era già stata predisposta da altri? Chi pu seriamente credere che quel particolare disegno di balcone, quel tale dettaglio abbia un’importanza tale da trascendere la caducità della moda, e non sia invece destinato ad essere causa di intima mortificazione e fastidio per il suo autore quando, dopo appena alcuni anni, la moda avrà suggerito, come la maga Circe, nuovi atteggiamenti non meno estrinseci e falsamente persuasivi?

D’altra parte, le esorbitanti dimensioni che producono una così grave densità umana non costituiscono un’inevitabile conseguenza del progresso tecnico ma soltanto un caso limite di investimento economico; poiché è evidente che i mezzi di comunicazione già a nostra disposizione e le grandi conquiste che vanno delineando una vera e propria rivoluzione nella nostra vita associata, come le nuove fonti di energia e l’automazione, consentono un decentramento che fa già sentire assurda ed anacronistica la concentrazione della nostra megalopoli. Di fronte alla rapidità di mutamenti che la moderna tecnica suggerisce occorrerebbero piuttosto organismi di facile adattabilità e trasformazione che non i giganteschi falansteri in cemento ed acciaio[16].

Ma questo è forse un tono già troppo elevato per commentare ci che va succedendo in Italia dove l’aumento della densità di abitazione nel vecchio centro è assai più un atto “di vera e propria criminalità a danno del pubblico interesse che non una questione di natura tecnica”. Così a Napoli si stanno costruendo grattacieli senza prima operare alcun diradamento, ma solo aumentando, per la maggior ricchezza di qualche abietto speculatore, il già parossistico traffico e la infelice convivenza.

L’architetto deve conquistare la possibilità di determinare, senza forzate obbedienze e disumane costrizioni, il rapporto tra il nuovo e l’antico e la creazione, organica e non addizionale di un nuovo ambiente. “I nostri quartieri di abitazione, scrive ancora Gropius, hanno di solito soltanto un certo numero di case e di strade, raggruppate con un certo criterio addizionale e prive di quegli elementi comunali che potrebbero trasformare un agglomerato di abitazioni in un organismo vivo, razionalmente limitato e di giuste proporzioni. Mancano totalmente di quel fermento espresso dai valori intangibili di una progettazione creativa e di una concezione organica, che danno alla vita il suo senso più profondo e per i quali il passato ci ha dato così splendidi esempi di unità”. Ma anche questo, si obietterà, non è certamente nuovo. Non v’è appello alla funzionalità, allo schietto organismo, alla viva socialità che in Italia non sia già stato lanciato mille volte. Ci non toglie per che la nostra verità continui ad essere sempre altrove e che si rispecchi in una edilizia falsamente estetizzante e rinunciataria, immagine del nostro costume sociale e politico, testimonianza di un “saperci fare” condito di scettici sorrisi e di barzellette, così come avviene nell’attività di ogni altro campo professionale. Basterà pensare al quadro che Roma oggi offre al mondo (per citare solo l’esempio più clamoroso) perché non vi sia bisogno di aggiungere altro.

Ciascuno di noi ha sentito ammirare in Italia alcuni complessi edilizi recentemente realizzati nei paesi scandinavi, in Olanda o altrove, come cose che non rivelavano certo un disegno ricco di fantasia ma erano tuttavia pienamente accettabili per la loro studiata e felice esecuzione e per la ricerca di un’ambientazione naturale. Qualcosa di simile, anzi di più significativo, si è verificato in questi ultimi tempi nel diretto confronto tra la nostra produzione alle Triennali di Milano e quella di alcuni paesi del Nord. La nostra, malgrado le sporadiche qualità inventive, improvvisata e dispersiva; quella straniera, invece, meditata e raccolta. Alla nostra le esperienze passate sembrano non avere insegnato nulla perché si è sempre ricominciato da capo, mentre in quelle straniere il discorso appare ripreso da un altro precedente del cui insegnamento si è cercato di far tesoro.

Per offrire in sintesi l’immagine dell’edilizia italiana si pu dare uno sguardo ai suoi aspetti estremi e cioè, da una parte, all’ostentato lusso delle case di due o tre milioni a vano, e dall’altra, alla vergognosa insufficienza dell’edilizia che potremmo chiamare proletaria. In mezzo a tutto questo, Io spettacolo più miserevole è quello offerto dalla prospettiva di case popolari nelle quali il progettista, sulla scia dell’accennato equivoco estetico, ha cercato di fare dell’architettura ispirata a Mondrian (o chi per lui) giustapponendo impossibili piani geometrici e forzando in un’arida composizione astratteggiante le più elementari necessità di vita. L’ironica rappresentazione del quadro pu essere completata inserendovi un riguardante: l’oscuro abitatore che si muove, estraneo ed anonimo tra queste forme, constatandone soltanto il precoce disfacimento e non la metafora meccanicistica; metafora che, più o meno mal digerita, fornisce oggi una provvisoria ed ironica affinità tra i più remoti paesi. Poiché, tra i requisiti sorprendenti del nostro presente, è da registrare l’estrema rapidità e facilità con cui una nuova idea figurativa compie il giro del mondo e produce ovunque imitatori e proseliti. Già molti anni fa, infatti, Le Corbusier imprecava contro i troppi imitatori dell’architettura nuova i quali rischiavano di rovinare una Rinascenza ai suoi albori, une Renaissance à ses débuts.

Alla vecchia retorica stilistica noi ne abbiamo sostituita un’altra ancor più funesta e cioè la retorica del meccanismo; e qui non possiamo non associarci ad un costruttore ed architetto dotato di autentica fantasia come Pier Luigi Nervi quando scrive: “È opportuno denunciare il pericolo di un accademismo costruttivo altrettanto se non ancor più dannoso del superato accademismo decorativo”[17].

Forse non si è capito abbastanza che un vero e proprio rinnovamento della nostra edilizia non poteva consistere in un requisito di carattere tecnico o in un diverso indirizzo formale, intesi in sé stessi come aventi un loro autonomo destino. La nostra edilizia si rinnoverà se noi architetti combatteremo quali partecipi e responsabili di un mondo comune onde contribuire a mutare quelle condizioni di vita sociale, politica ed amministrativa dalle quali unicamente dipende il nostro operare e che sappiamo essere oggi non favorevoli ad un promettente sviluppo del nostro ambiente. In altre parole occorre compromettersi, anche a rischio di dispiacere agli organi del potere esecutivo, agli enti dello stato onnipotente, criticandone ove occorra (e Dio sa se occorre), gli errati ordinamenti e procedure e suggerendo nuove possibilità e nuove vie. Bisogna riconoscere che il maggior pericolo della moderna società, sia essa dominata da destra o da sinistra, è nella statolatria, nel potere cieco ed indifferente delle massicce organizzazioni contro le quali molti uomini illuminati predicano oggi l’attuazione di limitate comunità autonome in cui il potere si suddivida invece che incombere da lontano e dall’alto. Come giustamente scrive Simone Weil, il pericolo attuale è che alle antiche forme di dittatura si vada man mano sostituendo, colossale ed anonima, “l’oppressione della funzione”.

Ora, coloro che credono essere questi discorsi estranei all’urbanistica sono essi stessi estranei ad una concreta realtà e cultura; e del resto, in nome di che cosa se non in quello di una reale capacità di sintesi, e quindi di una più vasta ed aperta responsabilità, l’architetto moderno potrebbe aspirare a chiamarsi urbanista se il suo intervento, a conclusione delle altrui complesse indagini e richieste, non si dovrà limitare ad un apparato estetico che faccia salvo il buon gusto ma dovrà invece interpretare e risolvere le esigenze di una migliore convivenza? È necessario, dunque, che egli senta ancor piú degli altri il dovere di una piena partecipazione alla vita sociale e politica, che è quanto dire il dovere di una particolare e responsabile cultura.

A chi afferma dover essere la nostra funzione di architetti limitata alla soluzione tecnica dei problemi che ci vengono posti da altri, mi piace dedicare, perché sia da essi meditata, la seguente pagina di C. G. Jung: “Quanto più grandi le organizzazioni, tanto più inevitabili ne sono l’immoralità e la cieca stupidità. Se ora la società nei suoi singoli rappresentanti afferma già automaticamente le qualità collettive, essa premia in tal modo ogni mediocrità, tutti coloro che si dispongono a vegetare in maniera comoda e irresponsabile: è inevitabile che l’elemento individuale venga messo da parte. Questo processo comincia nella scuola, continua all’università e domina dovunque lo stato metta la sua mano. Quanto più piccolo è il corpo sociale tanto più è garantita l’individualità dei suoi membri, tanto maggiore la loro relativa libertà e quindi la possibilità di una responsabilità cosciente. Senza libertà non pu esservi moralità. La nostra ammirazione per le grandi organizzazioni svanisce se scorgiamo l’altro aspetto del miracolo, cioè il mostruoso accumulo di tutti i caratteri primitivi dell’uomo e l’inevitabile annientamento della sua individualità a favore di quel mostro che è ogni grande organizzazione. Un uomo di oggi, che corrisponda più o meno all’ideale morale collettivo, ha fatto del suo cuore un covo d’assassini, come non è difficile dimostrare mediante l’analisi del suo inconscio, anche se egli non ne è affatto disturbato. Se si è normalmente inserito nel suo ambiente, non lo disturberanno nemmeno le peggiori nefandezze della sua società, purché la maggioranza dei suoi concittadini creda nell’alta moralità della loro organizzazione sociale”[18].

Concludendo, a me pare che noi architetti dobbiamo prendere una più precisa coscienza della storia contemporanea del nostro paese in maniera che essa divenga condizione concreta, e non velleitaria ed astratta, del nostro operare. Non esiste altra via per liberarci di quel provincialismo che continua ad affliggerci malgrado la nostra vitalità e le nostre qualità brillanti. Le opere altrui, quelle maturate sotto un diverso clima e per una diversa società, non sono cose da imitare ma solo da capire come testimonianze della molteplice varietà in cui si configura la libertà creatrice.

Ci che manca da noi non è la possibilità di indicare alcuni esempi felici ma una media produzione che sia accettabile e degna; poiché, ripeto, una raggiunta civiltà non potrà essere dimostrata da alcune opere di poesia ma da una diffusa letteratura architettonica che trovi posto accanto a quella del passato.

Questo breve scritto è stato da me presentato al congresso nazionale di urbanistica, tenutosi a Torino nell’ottobre 1956. Era mio proposito raccogliere, in una rapida sintesi, gli argomenti che più spesso ricorrono nell’attuale problematica dei centri antichi onde stabilire qualche utile premessa ai dibattiti che si vanno tuttora svolgendo.

L’immagine del mondo che si rispecchia nell’edilizia è degna di indurre gli architetti e gli scrittori di ogni paese a partecipare alle questioni che riguardano la sopravvivenza degli antichi centri, ed in particolare di quelli italiani; non soltanto perchè il nostro è un prezioso patrimonio, ma perchè, nelle forme della nuova edilizia e nella possibilità di una loro convivenza con quelle del passato, si configura, nel suo divenire, ed in maniera esemplare, l’impronta del nostro stesso destino.

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Nota

1 Testo originariamente pubblicato, con lo stesso titolo, in La pianificazione intercomunale, Atti del VI Congresso nazionale di urbanistica (Torino, 18-21 ottobre 1956), INU, Roma 1957, pp. 451-469.
2 Alludo in particolare agli scritti di Antonio Cederna pubblicati sul settimanale Il Mondo e ad un articolo di Cesare Brandi del quale dir più innanzi.
3 Rosario Assunto, nel suo recente scritto Job e Hobby (Civiltà delle macchine, I, 1956) svolge interessanti considerazioni e testimonianze sul rapporto tra giuoco e lavoro e circa l’auspicata possibilità che il mondo moderno superi il carattere passivo e costrittivo che una falsa tradizione moralistica ha finora attribuito al concetto di lavoro.
4 W. Gropius, Un nuovo capitolo della mia vita, in Casabella, dic-gennaio, 1953-54.
5 Un’ottima esperienza italiana, quella compiuta da Giovanni Michelucci con la Borsa merci di Pistoia, è stata assai spesso ricordata perchè costituisce un caso tanto raro, purtroppo, quanto esemplare.
6 Riprendo qui il concetto fondamentale da me svolto nella polemica che ha avuto luogo, a proposito del progetto Wright, sulle colonne del settimanale Il Mondo.
7 Qui è curioso rilevare che, sul fianco opposto del palazzo Balbi, è stato recentemente aggiunto, alla chetichella, un altro piano dietro l’abbaino, senza che si levasse alcuna protesta.
8 Vero è che insigni frammenti di architettura furono trasportati nei musei europei specie durante lo scorso secolo. Si pensi, fra i tanti, alla strada babilonese delle processioni ed alla Porta di Mileto, entrambe nel museo di Berlino; oppure alle porte rinascimentali di Cesena e ai tanti frammenti medievali nel museo londinese di Victoria and Albert; ai chiostri spagnoli e francesi ricostruiti nel museo di Fort Tryon a New York; cose tutte assai malinconiche, sebbene non vi sia nulla da replicare a chi, per giustificare simili forme di artistico genocidio, dice che quasi tutte queste reliquie sarebbero ormai scomparse, o ridotte in ruderi informi, se qualcuno non avesse provveduto a portarle via.
9 Pubblicato nella rivista L’Architettura, settembre 1956, pp. 356-360.
10 Architettura e letteratura, nel vol. Architettura e arti figurative, Venezia, 1948, e qui ristampato.
11 Questi concetti sono da ricercare, come teoria ed esemplificazione, nel volume di Croce La Poesia.
12 Il danno prodotto dallo sfruttamento di questi piccoli polmoni di verde è assai grande sebbene non risulti molto visibile. Sorrento, tanto per ricordare un caso tipico, è una piccola città che conserva quasi intatto il tracciato greco-romano; mentre si sta per compiere il piano regolatore urbano la speculazione edilizia si affretta a sfruttare quelle poche zone verdi che restano entro il perimetro delle anguste stradine.
13 La istituzione, da me proposta (Cfr. Bollettino del consiglio nazionale degli architetti, giugno 1956) di un albo di architetti scelti per concorso potrebbe fornire sia all’amministrazione che ai privati uno strumento di valido aiuto nelle tante questioni che richiedono speciale cultura ed attitudine professionale e non solamente esperienza amministrativa.
14 Pubblicato, come numero speciale della rivista, nel giugno 1955 e poi ristampato in volume a parte. A questo proposito mi piace ricordare l’episodio di un inglese, ospite della Costiera amalfitana, il quale qualche anno fa usava uscire di notte per dar fuoco alle insegne pubblicitarie che sconciano il paesaggio della splendida strada lungo il mare. Egli era già riuscito a distruggerne un discreto numero quando venne, purtroppo, identificato e condannato a pagare le spese. È da ricordare anche la recente e coraggiosa esortazione a distruggere i cartelloni che Marmidone (pseudonimo di Indro Montanelli, NdT) ha rivolto ai giovani universitari dalle colonne del settimanale L’Europeo.
15 Per questo sarebbe stato necessario che avessimo fatto tesoro delle tragiche esperienze della nostra recente storia invece di ripiegare in una involuzione in cui, sotto le spoglie di una democrazia prefettizia, sopravvive indisturbata la vecchia e deplorata retorica.
16 Come massima documentazione critica del moderno dramma urbanistico, attraverso una visione non strettamente tecnicistica ma storica ed umana, è da meditare il volume di Lewis Mumford, The culture of cities, Londra, 1938, e specialmente, nel senso sopra accennato, il capitolo intitolato La insensata città industriale.
17 Architettura d’oggi, collezione del Vieusseux, II, p. 13. Malgrado le riserve ed obiezioni di natura critica che sono state mosse a Nervi io considero il suo volume Costruire correttamente come il più vivo contributo che sia stato dato in questi anni ai problemi relativi alla preparazione culturale delle facoltà di architettura in Italia.
18 C. G. Jung, L’io e l’inconscio, Torino, 1948, p. 49.
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